Semi di speranza: incontro in parrocchia

CENTRO – Venerdì scorso, presso la Chiesa parrocchiale Santi Quirico e Giulitta, in occasione dell’Ottobre missionario 2020, si è svolto un incontro di riflessione, testimonianza e preghiera con l’intervento di Don Paolo Burdino, da alcuni anni Fidei Donum in Kenya. L’intervento di Don Paolo è stato introdotto da Elisabetta Ciravegna, che l’anno scorso ha preso parte a un viaggio missionario presso la parrocchia di Tassia (Nairobi) insieme ad altri ragazzi trofarellesi e valsaugliesi, tutti ospiti per un periodo proprio presso la parrocchia di Don Paolo e Don Daniele. «Per me il Kenya non è stato solo un viaggio – spiega Elisabetta – è stata un’esperienza, e le esperienze sono momenti dai quali si impara molto. È stata un’esperienza di comunità, di servizio ma soprattutto di testimonianza e di amore. Non sempre è facile ricordarsi di essere stati lì, a volte non me lo ricordo. Però, quasi quotidianamente, c’è qualcosa nella mia vita, a scuola, in famiglia, con le amiche o in qualsiasi contesto in cui io viva, che mi fa pensare all’Africa. Sono stati giorni, settimane che fanno parte del mio bagaglio, un bagaglio che viene sempre con me e che sicuramente ha contribuito a rendermi quella che sono oggi. Sono molto contenta di aver incontrato Don Paolo, presso il quale siamo stati ospiti: ospitalità è proprio la parola giusta. Quello che fanno lui e Don Daniele a Tassia è qualcosa di veramente eccezionale, il loro servizio è un dono».
L’intervento di Don Paolo è all’insegna dell’abbattimento delle immagini stereotipate che si hanno sull’Africa (posto che parlare di Africa come una realtà omogenea e unicamente definibile è il modo migliore per darne una immagine appunto stereotipata e fuorviante, ben lontana dalla realtà). «La prima cosa che dobbiamo toglierci dalla testa sono le immagini dell’Africa che vediamo nei documentari. Quando dovevo partire per il Kenya mi venivano in mente le immagini del National Geographic: la savana, i leoni, i villaggi. Quando sono arrivato a Tassia e non c’era nulla di tutto ciò: di animali ci sono solo molti topi e cani randagi, poi ci sono molte case e tanto traffico. Tutto questo ti spiazza molto all’inizio: Nairobi è una città di cinque milioni di abitanti. Noi siamo nella periferia est della capitale. La nostra parrocchia è un grande compound dentro il quale c’è la chiesa, la casa parrocchiale, la scuola, gli edifici per gli incontri, il catechismo ecc. Per accedervi ci sono tre entrate: una verso la zona più ricca, dove ci sono case che somigliano alle nostre case popolari, zona di gente benestante, che è circondata da mura, cancelli e guardie; una seconda che dà sulla zona delle pipelines, dove ci sono palazzoni di sette, otto piani, sovraffollati, in cui le famiglie vivono in spazi strettissimi e in condizioni igieniche pessime; una terza si affaccia alla zona posta vicino al fiume, che ormai è una fogna a cielo aperto, l’acqua nera, in cui ci sono solo baracche, i cosiddetti slum. Lo scorso anno abbiamo fatto il censimento: Tassia, il nostro quartiere, è il quarto più popoloso del Kenya, con 90 mila abitanti. La domenica abbiamo circa 4500-5000 persone che vengono in chiesa, spalmate su tre messe. La chiesa di fatto è un grosso capannone, in cui ci stanno circa 1200-1300 persone. Senza contare tutti i bambini che non hanno fatto la prima comunione, i quali stanno fuori dalla chiesa e fanno la “Sunday School” (canto, preghiere, catechismo): sono circa un migliaio. A Tassia c’è così tanta gente perché è una zona periferica, meno costosa di Nairobi, che quindi raccoglie tutte le persone che non possono permettersi la capitale, ma che dai villaggi vogliono trasferirsi in città per cercare fortuna e speranza. Il nostro compito è quello di animare una tale realtà parrocchiale. Cerchiamo di conoscere un po’ tutti ma è difficile, ci sembrano tutti uguali e sono tanti. Per riuscire in questa impresa pastorale si ricorre alle jumuiye, piccoli gruppi composti di più famiglie che fanno parte di una fetta piccola di territorio, che si ritrovano settimanalmente a pregare e organizzare la raccolta di contributi economici che vanno a formare una cassa comune. Tale fondo serve in caso di esigenze particolari: spese mediche, matrimoni, altre occasioni, funerali. Insomma, tutta una catena aiuti vicendevoli per chi si trova momentaneamente nel bisogno. In parrocchia abbiamo circa 35 di questi gruppi. Durante il Covid molte persone hanno passato periodi di grande difficoltà. Per noi era impossibile aiutare tutti. Così ci siamo ricorsi alle jumuiye: abbiamo chiesto ai leader di ogni gruppo di fornirci un elenco dei più bisognosi tra i bisognosi in modo da erogare aiuti mirati: abbiamo aiutato in totale un’ottantina di famiglie. Anche per noi è stato difficile. Con la sospensione delle messe le entrate si sono azzerate. Le jumuiye hanno rappresentato davvero l’anello di congiunzione tra noi preti e la comunità: senza tutto l’aiuto dei laici, Don Daniele ed io non potremmo fare nulla». Don Paolo prosegue poi con un messaggio di speranza. «La cosa che colpisce di più è vedere la gioia di queste persone, dei bambini: la gente sorride, parla, è contenta. Per cultura, forse, prendono le cose così come vengono. Non si arrabbiano quando le cose non vanno. Purtroppo molte volte non hanno alternative: una delle esperienze che mi ritrovo a vivere molto spesso è proprio quella dell’impotenza. Ciò che si può fare è solo accompagnarli, star loro vicino. Noi siamo abituati che quando abbiamo un problema possiamo contare su tanti strumenti per poterlo risolvere. Lì spesso non si può fare nulla. Noi ci limitiamo a fare quello che riusciamo. Spesso è poco, però è importante accompagnare e rimanere vicini: essere semi di speranza».


Davide Lucchetta

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